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Colesterolo: c’è differenza tra carne rossa e bianca?

A differenza di quanto sinora creduto, la carne bianca (ad esempio il pollame) potrebbe non essere più salutare per il cuore della carne rossa. È quanto emerge, perlomeno, da uno studio svolto presso la University of California, San Francisco e pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.

La ricerca clinica ha coinvolto 100 individui di età compresa tra i 22 ed i 65 anni ai quali sono state fatta seguire, a rotazione, tre tipi di diete: una dieta con carne rossa, una dieta con carne bianca e una senza carne. Per una maggiore affidabilità dello studio, dopo ogni 4 settimane i partecipanti dovevano ‘disintossicarsi’ da ciascuna dieta ritornando per alcuni giorni alla loro alimentazione abituale.

Alla fine di ciascuna dieta gli esperti hanno misurato il colesterolo nel sangue dei partecipanti ed hanno riscontrato che i livelli sono simili dopo aver mangiato per 4 settimane carne rossa o carne bianca. L’unica dieta che si mostra vantaggiosa contro il colesterolo nel sangue è risultata quella priva di carne.

Quando abbiamo pianificato questo studio, ci aspettavamo che la carne rossa avesse un effetto peggiore sui livelli di colesterolo nel sangue rispetto alle carne bianca, ma siamo rimasti sorpresi che non fosse così: i loro effetti sul colesterolo sono identici quando i livelli di grassi saturi sono equivalenti”, ha spiegato Ronald Krauss, tra gli autori dello studio.

Commentando i risultati, gli studiosi sottolineano che vanno eseguite ulteriori ricerche per svelare se altri fattori sono in gioco oltre al colesterolo nel far sì che pollame e carni simili siano comunque più salutari.

Fonte:Redazione Informasalus

 

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Anemia e dieta vegetariana

Esistono varie forme di anemia che riguardano diverse tipologie di valori insufficienti dell’emoglobina. Scopriamo quali alimenti della dieta vegetariana sono in grado di apportare buone quantità di ferro.

Una delle principali funzioni del sangue è il trasporto dell’ossigeno dai polmoni, dove viene captato dall’aria inspirata, ai tessuti, dove viene consumato dalle cellule durante i processi vitali che in esse si svolgono.  Il trasporto dell’ossigeno viene effettuato dai globuli rossi, e più precisamente dall’emoglobina in essi contenuta e che lega la molecola dell’ossigeno. L’anemia, dunque, è una condizione morbosa caratterizzata dalla riduzione del patrimonio emoglobinico dell’organismo o, più semplicemente, della concentrazione dell’emoglobina nel sangue circolante.  L’anemia è certamente una delle condizioni morbose più diffuse nel mondo. Essendo il ferro un componente fondamentale della molecola dell’emoglobina, la mancanza di ferro è una delle cause più frequenti di anemia la cui carenza ha una prevalenza elevata anche nei Paesi occidentali.  I gruppi della popolazione più a rischio sono i bambini e gli adolescenti, le donne in età fertile e le persone anziane. Durante la crescita, i giovani hanno bisogno di molto ferro per espandere le masse corporee e questo contrasta spesso con un apporto dietetico inadeguato.  Le donne in età fertile sono a rischio elevato di carenza non solo per le perdite mestruali, ma anche per le gravidanze, ciascuna delle quali richiede mediamente circa 700 mg di ferro.  Le emorragie, spesso occulte, a carico del tubo digerente sono la causa più frequente di carenza nelle persone anziane. Esistono differenti forme di anemia, non tutte responsive al trattamento nutrizionale. Tra quelle che lo sono, la più comune è l’anemia sideropenica (anemia cronica caratterizzata da globuli rossi piccoli e pallidi e da riduzione di ferro) e l’anemia da malassorbimento di vitamina B12, tra le cui principali cause troviamo: dieta inadeguata, malassorbimento, aumentata richiesta e/o aumentata secrezione.

Troviamo, infine, anche forme di anemia da carenza di acido folico (anemia macrocitica). Anemia e scelte alimentari. Nella prevenzione dell’anemia è indispensabile un’alimentazione ricca di ferro, acido folico e vitamina B12.  Generalmente, però, è difficile con la sola alimentazione assumere una quantità di ferro sufficiente al ripristino delle scorte, quindi non si può contare solo sull’apporto alimentare nel caso in cui la diagnosi di sideropenia sia già certa.  Una volta ripristinate le scorte mediante supplementazione, sarà più facile mantenerle con una adeguata alimentazione. E’ per questo che risulta importante studiare con un medico specialista o un nutrizionista la dieta specifica per la propria condizione di anemia. Il ferro nella dieta vegetariana. Il ferro che si trova negli alimenti di origine animale è il ferro eme che viene assorbito più facilmente dal nostro intestino.  Negli alimenti di origine vegetale troviamo il ferro non eme, il cui assorbimento è favorito dall’assunzione di vitamina C all’interno dello stesso pasto (assorbimento di ferro non-eme esaltato fino a 6 volte).  In generale, l’assorbimento del ferro è influenzato positivamente da tutti gli alimenti che, stimolando le secrezioni dello stomaco, contribuiscono a mantenere elevata l’acidità dell’ambiente digestivo: anche la vitamina A, il complesso B, il rame e la cisteina sono in grado di far assorbire di 2 o 3 volte in più il ferro non eme presente nella verdura.  A parità di biodisponibilità (assimilazione più lenta e difficile), il ferro da fonti proteiche come la carne è consigliabile maggiormente in questi pazienti, ma se l’anemia è di grado modesto e non richiede trasfusioni (prima è fondamentale capirne la causa), è possibile assumere una dieta equilibrata a base di cibi vegetali.  Alimenti più ricchi di ferro sono i legumi -100 g di fagioli, ad esempio, possono contenerne fino a 9 mg contro i 4 scarsi della carne di cavallo – cereali in chicco e alcune verdure come rucola e radicchio, ma non spinaci!  Il processo di assorbimento del ferro non eme può essere aiutato da piccoli accorgimenti: ammollando cereali e legumi prima della cottura o evitando di abbinare alimenti ricchi di ferro con caffè, tè, latte e derivati poiché sia il calcio che i tannini, ossalati e le stesse fibre ne rallentano e riducono l’assorbimento.  Per questo le bevande contenenti caffè, tè, latte dovrebbero perciò essere assunti alcune ore prima di un pasto ricco di ferro.

Ecco una lista degli alimenti vegetariani/vegani che apportano buone quantità di ferro: > 1 tazza di soia cotta apporta 8,8 mg di ferro; > 1 tazza di lenticchie cotte apporta 6,6 mg di ferro;  > la quinoa cotta apporta 6,3 mg di ferro; > 1 tazza di cardo cotto apporta 4 mg di ferro;  > ¼ di tazza di anacardi apporta 2 mg di ferro.

 

 

 

Bibliografia: Anderson BM RS Gibson and JH Sabry The iron and zinc status of long-term vegetarian women, Am J Clin Nutr 1981 Jun;34(6):1042-1048.Latta D, Liebman M Iron and zinc status of vegetarian and non-vegetarian males, Nutr Rep Int 1984;30:141-149.Helman AD, Darnton-Hill I Vitamin and iron status in new vegetarians, Am J Clin Nutr 1987 Apr;45(4):785-789.

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Dieta prevalentemente vegetariana utile per i diabetici

 

La dieta vegetariana stretta migliora la gestione del diabete 2.

Sono diverse le ragioni per cui molte persone decidono di adottare una dieta vegetariana, o addirittura vegana; i più lo fanno per moda e per estetica, ma pochi sono quelli che lo fanno per la salute. Tuttavia, pur senza generalizzare, dai risultati di differenti studi, si è visto che effettivamente si tratta di regimi salutari, grazie all’elevato contenuto in fibre (funzioni intestinali) e altri fitoderivati (derivati vegetali) con differenti proprietà.

Queste componenti vegetali sono, per esempio, molto importanti per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Inoltre si è visto che le persone che mangiano prevalentemente o esclusivamente vegetali in grandi quantità, di fatto, sono meno esposte al rischio d’ipertensione, ictus, infarto e di alcuni tipi di tumori e anche al sovrappeso. Un’altra caratteristica, non meno importante, delle diete vegetariane è il contenuto in minerali (legumi) e vitamine con alto potenziale antiossidante (la C, la A e la E). Ma c’è dell’altro.

Alcune evidenze hanno suggerito un’associazione tra diete a base vegetale e miglioramenti nel benessere psicologico, nella qualità della vita e sul controllo dei livelli plasmatici dell’emoglobina glicata (HbA1c) in popolazioni con diabete mellito.

Vi sono tuttavia in proposito ancora dati eterogenei.

Per chiarire definitivamente la questione alcuni ricercatori del Regno Unito hanno condotto una revisione con un’anali sistematica della letteratura disponibile sugli interventi dietoterapeutici a base vegetale e sui loro benefici nei diabetici adulti.

 

E’ stata condotta una ricerca sistematica della letteratura interrogando i seguenti database: Allied and Complementary Medicine, Cochrane Central Register of Controlled Trials, Cumulative Index of Nursing e Allied Health Literature, E-Journals, Excerpta Medica Database, MEDLINE, Health Management Information Consortium, PsycARTICLES , PsycINFO, PubMed, SocINDEX e Web of Science. Sono stati così individuati 1240 articoli, di cui solo 11 hanno soddisfatto i criteri di inclusione (in totale soggetti n = 433, età media 54,8 anni).

 

Gli autori hanno sottolineato in conclusione che, rispetto a quanto avveniva con diete di confronto, dall’analisi dei dati raccolti, le diete prevalentemente o esclusivamente vegetali erano associate ad un significativo miglioramento del benessere emotivo, del benessere fisico, della depressione, della qualità della vita e della salute generale. Allo stesso modo miglioravano anche i livelli di HbA1c, il peso corporeo e il colesterolo totale e LDL. Dunque gli autori ritengono che queste diete siano efficaci nella gestione dei soggetti adulti con diabete mellito di tipo2.

 

 

 

Fonte: BMJ Open Diabetes Res Care. 2018 Oct 30;6(1):e000534. Effectiveness of plant-based diets in promoting well-being in the management of type 2 diabetes: a systematic review.

Autori: Toumpanakis A, Turnbull T, Alba-Barba I

Link della fonte: https://drc.bmj.com/content/6/1/e000534.info

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Cuore sano=cuore vegetariano

icuoreNuova scoperta sulla relazione tra consumo di carne e aterosclerosi .Un nuovo studio condotto dai ricercatori della Cleveland Clinic’s Heart and Vascular Institute ha sottoposto a indagini cardiologiche un gruppo di 2595 pazienti, suddivisi in tre gruppi (onnivori, latto-ovo-vegetariani e vegani), e ne ha valutato i livelli di carnitina, di TMAO(trimethylamine-N-oxide) e il rischio cardiovascolare. Lo studio ha evidenziato come nei soggetti che presentano più elevati livelli di TMAO, livelli plasmatici più elevati di carnitina risultino associati con un maggior rischio di cardiopatia, infarto, ictus cerebrale e morte. La carnitina è una sostanza che si trova nel muscolo e interviene nell’utilizzo dell’energia da parte del muscolo stesso. Oltre ad essere presente nelle carni (=muscolo animale) è ampiamente utilizzata dagli sportivi come integratore e viene persino aggiunta ad alcune bevande “energizzanti”.La TMAO è un prodotto che deriva dalla trasformazione della carnitina stessa ad opera dei batteri intestinali, e che potrebbe favorire l’aterosclerosi, cioè la comparsa di ispessimento e indurimento delle arterie. I livelli di TMAO sono quindi determinati dal tipo di flora batterica intestinale. La flora intestinale degli onnivori, che assumono le maggiori quantità di carnitina, produce anche più elevate quantità di TMAO, e questa combinazione potrebbe essere responsabile per loro di un maggior rischio cardiovascolare. Per contro, la produzione di TMAO da parte della flora batterica intestinale dei vegetariani (latto-ovo e vegani) risulta essere molto più bassa .La carnitina è infatti virtualmente assente nelle diete vegetariane (sialatto-ovo che vegane), e i vegetariani che non utilizzino fonti artificiali di carnitina di fatto non la assumono con la dieta, cosicché essa non arriva all’intestino producendo metaboliti dannosi. Il loro organismo è comunque in grado di produrre carnitina a partire da precursori nelle quantità per lui necessarie. Ecco quindi che, oltre al legame ormai ben accertato tra grassi animali (cioè grassi saturi e colesterolo) e malattie cardiovascolari, emerge la possibilità che altri composti contenuti nelle carni, come la carnitina e i suoi prodotti di trasformazione, aumentino il rischio di malattie legate all’aterosclerosi in chi mangia carne. Questo può contribuire a spiegare i ben dimostrati benefici cardiovascolari delle diete che escludono la carne, cioè le diete vegetariane.

Per approfondimenti:
“Intestinal microbiota metabolism of L-carnitine, a nutrient in red meat, promotes atherosclerosis”. Koeth RA, Wang Z, Levison BS, et al; Nat Med Published online April 7, 2013.dott.ssa Luciana Baroni

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Le uova

uovaLe uova sono un cibo molto energetico, ma non solo: se  introdotte nelle giuste dosi, aiutano la funzionalità del fegato. Attraverso la colina, aminoacido utile per il funzionamento sistema epatico di cui sono ricche, stimolano la secrezione della bile e, legandosi ai fosfolipidi, aiutano a prevenire l’ossidazione e l’accumulo dei grassi nel fegato. La colina agisce prevenendo la formazione dei depositi di grasso e colesterolo sulle arterie, che costituiscono l’anticamera dell’arteriosclerosi. Ancora uno studio che sembra ridimensionare la “pericolosità” del colesterolo contenuto nelle uova. A condurlo, alcuni ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma che, dopo aver valutato la frequenza del consumo di uova e il rischio di malattia cardiovascolare in quasi 38mila uomini e 33mila donne, seguiti per 13 anni nell’ambito di due studi osservazionali  (Cohort of Swedish Men e Swedish Mammografy Cohort), non hanno riscontrato alcuna associazione significativa fra consumo di uova e rischio di infarto miocardico o di ictus. Negli uomini, ma non nelle donne, solo un considerevole consumo (uno o più uova al giorno) è risultato associato con un aumentato rischio di scompenso cardiaco.

Questi risultati si aggiungono a quelli di vari altri studi che hanno confermato che un consumo moderato di uova può far parte di una dieta salutare .La demonizzazione di questo alimento, dovuta alla sua percentuale di colesterolo, rappresenta, però, tuttora, un deterrente per molti. In realtà, quattro uova a settimana, distribuite nei vari giorni, possono essere consumate da tutti e ormai ne vengono normalmente previste due a settimana anche per chi ha il colesterolo alto .Sarebbe un errore però focalizzare l’attenzione solo sul numero di uova senza ricordare che per la prevenzione della malattie cardiovascolari bisogna cambiare lo stile di vita e mantenere un giusto peso tramite un’alimentazione equilibrata e una giusta attività fisica. Nell’ambito di questo programma, due uova a settimana non sono certo pericolose e possono rappresentare una valida e piacevole alternativa ad altri secondi. Del resto, le uova sono economiche, hanno un apporto calorico modesto e un contenuto di sostanze nutritive molto elevato, a cominciare dalle proteine “nobili” la cui qualità è tale da essere addirittura presa come riferimento per il confronto con le altre fonti proteiche .

Vi sono però dei casi in cui le uova non devono essere consumate. Prima di tutto chi soffre di calcoli deve escludere le uova dalla dieta poiché la colecistochinina contenuta nel tuorlo stimola la cistifellea a contrarsi (per far defluire la bile nell’intestino) provocando coliche. Anche in caso di sistema immunitario indebolito, di allergie e di intolleranze alle proteine dell’ uovo quest’ultimo va bandito dalla dieta, come pure i cibi che lo contengono

Proteggono anche cuore e sistema immunitario

Inoltre, le vitamine  presenti nelle uova  riducono il livello di omocisteina, fattore di rischio dei disturbi cardiaci mentre l’apporto di ferro cura le anemie e tonifica il sistema immunitario, con benefiche ripercussioni sulla funzionalità metabolica. Alcuni studi confermano poi che la colina (una lecitina che si trova nel tuorlo) riduce l’assorbimento intestinale ed ematico non solo relativamente al colesterolo contenuto nelle uova, ma anche degli alimenti assunti con esso, nello stesso pasto.

Le  uova sono un ottimo alimento a tutte le età poiché contribuiscono alla regolazione metabolica e garantiscono elasticità e tonicità dei tessuti.

Ricordiamo però che i bambini piccoli devono iniziare ad assumere prima il tuorlo (dai 5 mesi) e poi l’albume (dai 12 mesi in poi).

– Per chi svolge un lavoro “a tavolino”, sostituire nel pasto di mezzogiorno la cotoletta con un  uovo serve ad alleggerire il pranzo e ad evitare il letargo pomeridiano.

– Nelle donne in fase mestruale o dopo la gravidanza, aiutano a reintegrare il ferro.

– In chi segue una dieta vegetariana, sono utili per garantire il corretto apporto di vitamina B12, fondamentale per il metabolismo del tessuto nervoso, la prevenzione della degenerazione mentale, la maturazione dei globuli rossi e la produzione del Dna, oltre che per combattere lo  stress.

– Negli sportivi ,sono preziose per il contenuto di proteine ad alto valore biologico e per lo zinco, utili per l’efficienza della massa muscolare.

– Negli anziani sono ideali per compensare la minore assunzione di carne in seguito a difficoltà di masticazione e digestione, tipica della terza età.

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