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IBS e disbiosi: intervento dietetico con dieta FODMAP. Probiotici, prebiotici o bassi FODMAP?

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) in passato più nota come sindrome del colon irritabile o più comunemente “colite” è un disturbo funzionale dell’intestino caratterizzato da dolore e/o gonfiore addominale e disordini dell’alvo. Affligge milioni di persone in tutto il mondo e i costi ad essa legati sono molto elevati in termini di assenza dal lavoro e mancata produttività. A tutt’oggi le cause dell’IBS sono ancora in parte ignote pur essendo ormai consolidate le teorie che pongono all’origine di questo disturbo lo stress, la dieta con ridotto contenuto di fibre e la sedentarietà.

 

Una recente revisione in proposito, pubblicata da Proceedings of the Nutrition Society, descrive il ruolo del microbiota del tratto gastrointestinale (GI)  nella patogenesi della sindrome dell’intestino irritabile e la dieta utile per la gestione dell’impatto dell’alimentazione sulla flora intestinale. Numerose evidenze suggeriscono la presenza di disbiosi (alterazione della flora batterica intestinale) del lume e della mucosa del colon, spesso caratterizzata da una riduzione delle specie di bifidobatteri che sono stati associati ad un profilo peggiore dei sintomi lamentati.

Tra i trattamenti più conosciuti vi sono i probiotici che comportando una modulazione mirata del microbiota GI appaiono in certi casi molto efficaci. Un numero minore di studi propone la supplementazione con prebiotici che si sono dimostrati efficaci rafforzando la presenza dei bifidobatteri.

Un nuovo metodo di gestione dei sintomi dell’IBS è la restrizione nella dieta dei carboidrati fermentabili a catena corta (basso contenuto di oligosaccaridi fermentabili, disaccaridi, monosaccaridi e polioli – dieta FODMAP ). Numerosi studi in proposito dimostrano costantemente l’efficacia clinica della dieta a basso contenuto di FODMAP in pazienti affetti da IBS. Tuttavia, una conseguenza non intenzionale di questo intervento dietetico è il suo impatto sul microbiota. Infatti questa dieta può comportare un interessante paradosso; vale a dire, l’aumento nel lume di bifidobatteri attraverso la supplementazione di probiotici, è associato ad una riduzione dei sintomi di IBS, mentre in contrasto, la dieta a basso contenuto di FODMAP ha efficacia clinica ma riduce marcatamente la concentrazione endoluminale di bifidobatteri.

Data l’eziologia multifattoriale della IBS, l’eterogeneità dei sintomi e la natura complessa e diversificata del microbioma, è probabile comunque che entrambi gli interventi possano essere efficaci in un sottogruppi di pazienti. Tuttavia il trattamento di combinazione non è mai stato studiato e, come tale, presenta un’opportunità valida per ottimizzare la gestione clinica, e per prevenire effetti potenzialmente deleteri sul microbiota GI.

 

 

 

Autori: Staudacher HM, Whelan K.

Fonte: Altered gastrointestinal microbiota in irritable bowel syndrome and its modification by diet: probiotics, prebiotics and the low FODMAP diet.  Proc Nutr Soc. 2016 Aug;75(3):306-18.

Link della fonte: https://www.cambridge.org/core/journals/proceedings-of-the-nutrition-society/article/altered-gastrointestinal-microbiota-in-irritable-bowel-syndrome-and-its-modification-by-diet-probiotics-prebiotics-and-the-low-fodmap-diet/8A7E00D44BD17B2F192D8EEBE464AD03/core-reader

 

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La dieta occidentale è deleteria per il microbioma

Grassi e zuccheri rovinano l’ippocampo

Numerose evidenze suggeriscono che seguire abitualmente una dieta occidentale (WD) ad elevato contenuto di grassi saturi e zuccheri aggiunti, potrebbe avere un impatto negativo sulle funzioni cognitive, particolarmente sui processi della memoria che si basano sull’integrità dell’ippocampo.

 

In proposito prove emergenti suggeriscono che il microbioma intestinale (flora intestinale) possa in qualche modo influenzare le funzioni cognitive tramite l’asse intestino-cervello, e che alcuni fattori dietetici della dieta occidentale possano alterare significativamente le proporzioni di batteri commensali che si trovano nel tratto gastrointestinale.  Recentemente alcuni ricercatori degli Stati Uniti hanno pubblicato su Frontiers in Behavioral Neuroscience una revisione centrata sui meccanismi attraverso i quali il consumo abituale di una WD influisce negativamente sulle funzioni neurocognitive, con particolare attenzione alle recenti prove che collegano il microbioma intestinale all’ippocampo con le carenze metaboliche e dietetiche associate.  Gli autori hanno posto in evidenza le prove che collegano i batteri intestinali all’alterazione della permeabilità intestinale e all’integrità della barriera ematoencefalica, rendendo il cervello più vulnerabile all’afflusso di sostanze deleterie provenienti dal sangue circolante.

 

La dieta occidentale, secondo gli autori, aumenterebbe anche la produzione di endotossine prodotte ai batteri commensali, che possono promuovere infiammazione a livello dei tessuti neurali e disfunzioni cognitive. Tra l’altro, recenti scoperte mostrano anche che le alterazioni della flora intestinale indotte dalla dieta occidentale compromettono la sensibilità periferica all’insulina, un fenomeno che generalmente è associato a una disorganizzazione  neuronale dell’ippocampo e ai conseguenti deficit mnemonici.

 

Clinica pratica

In alcuni casi il trattamento con probiotici specifici o prebiotici possono prevenire o invertire alcuni degli effetti deleteri del consumo di una WD sui risultati neuropsicologici, indicando che una strategia  mirata a mantenere stabile l’equilibrio dell’ecoambiente intestinale può essere di successo per contrastare il deterioramento cognitivo associato a disordini dietetici e metabolici.

 

 

 

Autori: Noble EE, Hsu TM, Kanoski SE.

Fonte: Gut to Brain Dysbiosis: Mechanisms Linking Western Diet Consumption, the Microbiome, and Cognitive Impairment. Front Behav Neurosci. 2017 Jan 30;11:9. doi: 10.3389/fnbeh.2017.00009. eCollection 2017.

Link della fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5277010/

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Viaggio del cibo dall’intestino al cervello: un senso a ciò che mangiamo.

L’intestino è il parafulmine dei nostri guai psichici: depressione, ansia, caduta tono umore, stress, tristezza di vita…

Così si è pensato in passato. Ma c’è di più. Oggi si è alzato un nuovo orizzonte nel vitale dialogo tra intestino e cervello, mediato dalla alimentazione giornaliera.

Il sistema intestinale con la sua caotica vitalità parla con il cervello cranico, generando una “rete” di connessioni che genera la “mente” dell’intero nostro organismo.

La “mente” non è solo nel cervello cranico, essa è la risultante dell’intero nostro patrimonio cellulare, umano e microbico, che costituisce il nostro io biologico. L’intestino può condizionare il cervello, la nostra salute fisica ma anche psichica. Esiste un linguaggio bidirezionale tra il cervello cranico, il cervello enterico e gli altri neuroni diffusi su tutto il nostro organismo, il cervello diffuso, la nostra “mente”.

Il cibo ha la chiave per accendere questo linguaggio con le sue molecole capaci di generare stimolazioni sensoriali e metaboliche, ormonali, immunitarie, gratificanti o aggressive.

Ogni giorno il cibo accende il cervello diffuso, anche se noi non riusciamo a percepire e a “sentire” questo linguaggio. Sentiamo questo linguaggio con il nostro personale stato di benessere, di benestare o di malessere fisico e psichico.

La alimentazione giornaliera diventa quindi la luce che illumina la nostra giornata emozionale. Mangiare è pensare.

 

CINQUE SENSI e IL SESTO SENSO

I nostri pensieri, le nostre emozioni sono generate dalle stimolazioni sensoriali esterne al corpo umano percepite dai nostri cinque sensi (occhio, orecchio, gusto, olfatto, tatto) e dalle stimolazioni sensoriali generate dall’ambiente interno al nostro organismo, in particolare dall’intestino, veicolate ed elaborate dal nervo vago, il nostro sesto senso.

Su questo sesto senso, noi fermiamo la nostra attenzione, esso condiziona la nostra vita, anche se non sappiamo della sua esistenza. Ma c’è! Il cibo è il software che agisce sull’hardware, dato dal sistema intestinale, dal sistema nervoso volontario, correlato con la nostra volontà e da sistema nervoso autonomo, svincolato dalla nostra volontà.

Non è scientificamente accettabile pensare ad una gerarchia biologica tra cervello cranico (primo cervello), cervello enterico (secondo cervello).

Esiste nel corpo umano un cervello unico e diffuso su tutto l’organismo.

 

NUOVI ORIZZONTI SCIENTIFICI. MANGIARE E’ PENSARE

Emergono nuovi orizzonti scientifici nella conoscenza del vitale rapporto tra alimentazione, intestino e cervello, sistema nervoso, stile di vita, stato emotivo e psichico di ciascuno di noi.

La gioia, la felicità, il nostro benessere fisico e psichico possono nascere dalla nostra biologia, dal nostro Io biologico, generato ogni giorno dal cibo e dal respiro quotidiano, dalle stimolazioni sensoriali e culturali in cui noi siamo immersi ogni giorno, nel nostro vivere quotidiano.

Occorre acquisire nuova conoscenza e consapevolezza del nostro corpo per vivere in salute: l’arte di vivere a lungo in benessere.

Occorre uscire da una visione meccanicistica e riduzionistica, generata nel ‘600 con il filosofo e scienziato Cartesio, nella quale il nostro organismo è considerato una macchina, composta da organi separati e non dialoganti tra loro.

Il nostro corpo è più di una somma di organi.

Mangiare è più di un semplice e banale calcolo giornaliero di Calorie. Mangiare è pensare. Il rapporto tra alimentazione, intestino, cervello, stato emotivo-culturale è un nuovo orizzonte scientifico, di comunicazione tra organi dialoganti tra loro.

Occorre considerare il nostro corpo come un sistema aperto e complesso.

E’ un nuovo paradigma da vivere appieno e con slancio. Il corpo umano è un sistema biologico complesso, costituito da tante componenti interagenti tra loro, è un sistema biologico aperto perché entrano al suo interno: cibo, acqua, aria, cultura, inquinanti fisici, microbiologici e chimici, luce solare, ossigeno, pensieri, cultura… ed escono acqua, aria, energia, calore metabolico, anidride carbonica, prodotti catabolici di scarto… comportamenti ed emozioni.

 

DENTRO DI NOI… UN’ ALTRA PERSONA

Vitale è il sistema nervoso autonomo, svincolato dalla nostra volontà e coscienza, ma in grado di gestire le nostre funzioni vitali.

Il sistema nervoso autonomo controlla il nostro metabolismo, il nostro profilo ormonale ed immunitario, il nostro cuore, l’attività respiratoria, la nostra attività sessuale, il nostro comportamento alimentare, il nostro tono dell’umore…

E’ come se ciascuno di noi avesse dentro di se stesso una altra persona che agisce svincolata dalla nostra volontà. Le stimolazioni sensoriali esterne e viscerali-interne legate alle stimolazioni alimentari, respiratorie, alla vita quotidiana e culturale agiscono sul sistema nervoso autonomo.

L’intestino ha un ruolo primario nel condizionare il nostro vivere. Non è solo un organo che accoglie 2-3 kg di cibo al giorno.

 

 

Prof. Pier Luigi Rossi

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L’obesità, dipendenza da cibo. Questione di testa?

Secondo uno studio frutto della collaborazione fra Università di Milano-Bicocca, IRCSS Istituto Ortopedico Galeazzi, IRCCS Policlinico San Donato e Università di Urbino “Carlo Bo”, la risposta cerebrale degli obesi (sazi) a stimoli anche solo visivi sono aumentate nelle regioni cerebrali legate alla ricompensa.

La disregolazione dell’assunzione di cibo nell’obesità cronica è stata spiegata da diverse teorie. Il gruppo di ricercatori italiani ha condotto una meta-analisi di 22 studi di imaging cerebrale scoprendo che gli individui obesi mostrano iper-responsività delle regioni del cervello coinvolte nel gusto e nella ricompensa per gli stimoli legati al cibo (Reward surfeit hypothesis) .

Coerentemente con l’ipotesi premiante, gli individui obesi esibiscono un’iper-responsività dello striato ventrale cerebrale in risposta a gusti precisi, in particolare durante il digiuno. Inoltre, i soggetti obesi mostrano un’attivazione dello striato ventrale più frequente per gli stimoli del cibo visivo quando sono sazi: questa elaborazione continua all’interno del sistema di ricompensa, è compatibile con la Teoria di Sensibilizzazione agli incentivi.

Per contro, negli obesi i meccanismi quali il deficit di ricompensa o il deficit sistematico del controllo cognitivo inibitorio non sono risultati provati in modo evidente.

I ricercatori concludono che i dati disponibili sull’attivazione cerebrale e l’assunzione sregolata di cibo, comportamento alimentare correlato all’obesità cronica, possono essere meglio inquadrati in una Teoria di Sensibilizzazione agli incentivi.

Ci sono quindi varie similitudini con altre dipendenze e, come tale, la dipendenza da cibo non è facile da sconfiggere (l’obeso fa fatica a seguire una terapia alimentare), anche per l’ambiente obesogeno che ci circonda (nell’obeso lo stimolo visivo è sempre attivo).

Spostare l’attenzione a incentivi differenti dal cibo (ad esempio, ai vantaggi di essere in forma o a un regalo- non alimentare- da farsi raggiunto un obiettivo intermedio) o anche terapie di gruppo possono aiutare a uscire dalla dipendenza da cibo.

Autori: F. Devoto, L. Zapparoli, R. Bonandrini, M. Berlingeri, A. Ferrulli, L. Luzi, G. Banfi, E. Paulesu.

Fonte: Neuroscience & Biobehavioral Reviews Volume 94, November 2018, Pages 271-285

Link della fonte: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0149763418303555?via%3Dihub

 

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Vegetariani protetti: hanno una ridotta emoglobina glicata e colesterolo.

La dieta vegetariana migliora l’HbA1c, riduce il rischio cardiovascolare nel diabete.

Lo dice una revisione sistematica condotta da Effie Viguiliouka, dell’Ospedale St. Michael a Toronto, Ontario, e colleghi, che hanno analizzato i risultati di nove studi randomizzati controllati che hanno coinvolto 664 partecipanti che assumevano farmaci orali ipoglicemizzanti, insulina, ipolipemizzanti e / o agenti anti-ipertensivi.

I ricercatori hanno scoperto che le diete vegetariane confrontate con diete non vegetariane hanno migliorato l’outcome primario di HbA1c (emoglobina glicata) dello 0,29%.

Mentre la riduzione di HbA1c può sembrare moderata, il miglioramento è lo stesso della soglia terapeutica che la Food and Drug Administration USA utilizza quando prende in considerazione nuovi farmaci per il diabete!

I pazienti potrebbero prendere in considerazione l’idea di passare a una dieta a base vegetale con verdure, frutta, cereali integrali e legumi, forse anche prima di passare ai farmaci per il diabete.

Altri risultati includevano riduzioni del glucosio a digiuno di 0,56 mmol / L; Colesterolo LDL (0,12 mmol / L); colesterolo non-HDL (0,13 mmol / L); peso corporeo (2,15 kg); indice di massa corporea (BMI) (0,74 kg / m2) e circonferenza della vita (2,86 cm) con la dieta vegetariana rispetto alle diete non vegetariane. Anche se, attenzione, nel nostro modello mediterraneo, non si deve esagerare con la pasta al pomodoro!

Non sono state osservate differenze significative nella pressione sanguigna, nell’insulina a digiuno, nel colesterolo HDL o nei trigliceridi.

Poiché il 60/70% delle persone che hanno il diabete di tipo 2 muoiono di malattie cardiache, la stessa semplice prescrizione dietetica – mangiare a base vegetale – può ridurre il rischio di problemi cardiaci e migliorare allo stesso tempo il diabete di tipo 2.

Una evidenza è lampante: nessun lato negativo di una dieta a base vegetale (negli adulti).

Tuttavia, meno del 10% delle persone nel Nord America e in Europa hanno adottato diete vegetariane, secondo i dati delle indagini nazionali citati dagli autori.

 

 

Autori: Effie Viguiliouk, Cyril WC. Kendall, Hana Kahleová, Dario Raheli, Jordi Salas-Salvadó, Vivian L. Choo, Sonia Blanco Mejia, Sarah E. Stewart, Lawrence A. Leiter, David JA. Jenkins, John L. Sievenpiper

Fonte: https://doi.org/10.1016/j.clnu.2018.05.032

Link della fonte: https://www.clinicalnutritionjournal.com/article/S0261-5614(18)30220-6/fulltext

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