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Obesi sani, forse no.

Anche in assenza di altri fattori di rischio vanno curati.

Un sottogruppo di individui obesi, denominato “obeso metabolicamente sano” (MHO), ha un profilo metabolico favorevole caratterizzato da elevata sensibilità all’insulina, basso contenuto di tessuto adiposo viscerale, meno grasso epatico, pressione sanguigna normale, lipidi, profili infiammatori, ormonali e immunologici favorevoli pur avendo un eccesso di grasso corporeo.

In generale, questi soggetti hanno un rischio inferiore di diabete e malattie cardiovascolari rispetto agli individui obesi con anomalie metaboliche.

Recentemente, la natura benigna del fenotipo MHO a lungo termine ha iniziato a essere messa in discussione.

Il tessuto adiposo è un organo endocrino responsabile della secrezione di molecole bioattive, le adipochine, che contribuiscono al processo infiammatorio, che può portare a complicanze cardiometaboliche associate all’obesità. Le persone con MHO sembrano essere protette o sono più resistenti allo sviluppo di queste complicanze.

Combinare una dieta mediterranea con un allenamento aerobico moderato-intenso è efficace nel migliorare la composizione corporea, ma nessuno studio ha analizzato se i livelli di adipochina e il profilo infiammatorio presentassero variazioni significative nei soggetti con MHO.

Lo ha indagato un gruppo spagnolo che ha considerato 115 donne (35-55 anni) con BMI di 30-40 kg / m 2 e ≤1 criteri della sindrome metabolica. Dopo un intervento di 2 anni basato su dieta e esercizio, le partecipanti sono state classificate in base alla percentuale di perdita di peso.

Analizzando adipochine e biomarcatori infiammatori, è stato riscontrato che solo la CRP (correlazione inversa) e l’adiponectina (correlazione diretta) hanno mostrato di essere legati all’aderenza alla dieta mediterranea dopo 2 anni di intervento.

La perdita di peso clinicamente significativa nelle donne MHO porta a un miglioramento limitato dei livelli sierici di adipochine e di biomarcatori infiammatori.

Il fenotipo MHO come sottogruppo resistente ai disturbi metabolici associati all’obesità, non migliora sostanzialmente il profilo metabolico con la perdita di peso. Ma stiamo parlando di profili metabolici sani, in cui l’adiponectina probabilmente diminuisce per perdita del tessuto adiposo che la genera.

In ogni caso, i markers infiammatori si riducono, nonostante la diminuzione della adiponectina (conosciuta per avere proprietà antinfiammatorie).

 

 

Autori: Gomez-Huelgas R, Ruiz-Nava J, Santamaria-Fernandez S, Vargas-Candela A, Alarcon-Martin AV,  Tinahones FJ, Bernal-Lopez MR.

Fonte: Mediators Inflamm. 2019 Apr 9;2019:4165260. doi: 10.1155/2019/4165260

Link della fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6481026/

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Frutta secca per aiutare la perdita di peso

Migliora la qualità della dieta grazie ai suoi benefici nutrizionali e alla sua densità calorica. E’ la frutta secca di cui si è parlato nel corso della XIII edizione di NutriMI, l’annuale Forum di Nutrizione Pratica, al quale hanno preso parte anche Nucis Italia e Alessandra Bordoni, docente presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna.

La frutta oleosa a guscio (per gli anglosassoni ‘nuts’) ha effetti positivi sulla salute umana a partire dall’azione svolta sul nostro peso corporeo. Contrariamente a quanto si pensi, infatti, alcuni studi hanno dimostrato che l’inserimento di mandorle, noci, pistacchi, arachidi, all’interno di una dieta ipocalorica può favorire la perdita di peso svolgendo un’azione di controllo sulla fame in quanto questi alimenti favoriscono un maggiore senso di sazietà e i nutrienti energetici sono meno assorbibili.

La frutta secca, grazie ad alcune peculiari componenti nutritive, pur presenti in percentuali diverse a seconda della tipologia, svolge un ruolo attivo anche nella prevenzione e nella riduzione dei fattori di rischio legati ad alcune patologie specifiche, dalle malattie cardiovascolari, alla sindrome metabolica, all’ipertensione fino al metabolismo glucidico e lipidico, all’infiammazione e allo stress ossidativo.

Anche la frutta essiccata, specialmente quella ottenuta tramite il metodo tradizionale di essiccamento, presenta numerose potenzialità: non solo contiene un alto contenuto di fibra che facilita la funzione intestinale, ma rappresenta uno strumento utile al fine di raggiungere il consumo giornaliero raccomandato di frutta e verdura, le 5 porzioni al giorno, favorendo l’intake di preziosi nutrienti e riducendo di conseguenza il consumo di alimenti meno raccomandabili dal punto di vista nutrizionale. Tutta la frutta secca quindi, sia quella oleosa a guscio sia quella essiccata, può rappresentare una strategia per migliorare la qualità della dieta quotidiana di tutti.

Fonte:Nutri&Previeni

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Apnee del sonno, diabete 2 e obesità. Da dove cominciare?

L’obesità è associata a molte comorbidità come l’apnea ostruttiva del sonno (OSA), il diabete mellito di tipo 2 (T2DM) e le malattie cardiovascolari (CVD).

L’obesità contribuisce all’OSA in quanto l’aumento del grasso del collo porta all’ostruzione delle vie aeree superiori durante il sonno. Inoltre, la posizione di decupito, aumentando la circonferenza addominale, induce una diminuzione del volume polmonare, peggiorando ulteriormente l’ipossia.

L’OSA è anche caratterizzata da disfunzione neuronale dei muscoli necessari per mantenere pervie le vie aeree superiori durante il sonno.

In uno studio osservazionale su adulti per lo più bianchi, quelli con un BMI superiore a 30 avevano un rapporto di rischio di 1,48 di avere OSA rispetto a quelli che erano di peso normale; tuttavia questo effetto non era significativo per gli adulti sovrappeso.

L’obesità e l’OSA possono anche essere associate in modo indipendente ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari. In una coorte di persone indirizzate alla polisonnografia, il rischio di sviluppare fibrillazione atriale aumenta con l’aggravarsi della gravità dell’indice di apnea-ipopnea o con un BMI più alto. Altre comorbidità associate comprendono l’ipertensione, la depressione e il reflusso gastrico.

L’obesità è anche uno dei principali fattori causali dell’OSA e l’OSA stessa può promuovere l’insorgenza di T2DM dopo che gli episodi ipossici diminuiscono la sensibilità all’insulina e l’attivazione del percorso simpatico porta al rilascio di marcatori infiammatori associati all’insulino-resistenza.

La pressione positiva continua delle vie aeree (CPAP) può essere utilizzata per migliorare entrambe le condizioni, dal momento che la CPAP riduce gli episodi di ipossia e aumenta la sensibilità all’insulina e migliora il metabolismo del glucosio.

La relazione tra sonno disturbato e T2DM incidente ha una relazione a forma di U, in cui chi ha meno di 5 ore o più di 9 ore di sonno è a maggior rischio.

Il sonno disturbato è associato all’insulino resistenza, aumentando così il rischio di diabete di tipo 2. Lo stesso T2DM è associato all’obesità e al dolore co-morboso come la neuropatia. Ciò aumenta il rischio di sonno disturbato. Di conseguenza, i pazienti diabetici dovrebbero essere sottoposti a screening per OSA e viceversa.

Disturbi del sonno e obesità sono fattori di rischio per gli altri componenti della sindrome metabolica, pertanto si dovrebbe indagare anche l’ipertensione, la dislipidemia e il rischio di malattie cardiovascolari.

Obesità, OSA e T2DM sono associati poiché sono tutti associati ad alterazioni dei marcatori infiammatori e aumentano il rischio di malattie cardiovascolari.

La strategia di gestione di queste condizioni include la perdita di peso. La perdita di peso può essere ottenuta attraverso la modifica dello stile di vita: aumento dell’attività fisica e diminuzione dell’apporto calorico con una dieta personalizzata.

 

Autori: Jehan S, Myers AK, Zizi F, Pandi-Perumal SR, Jean-Louis G, McFarlane SI.

Fonte: Sleep Med Disord. 2018;2(3):52-58. Epub 2018 Jun 21.

Link della fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6112821/

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I grassi immortali sono deleteri per i comuni mortali

grassiQuali sono, dunque, i grassi sul banco degli imputati? Se è nota, più o meno a tutti, la nocività dei grassi saturi, dotati di attività aterogena e trombogena, pochi conoscono gli altrettanto infidi acidi grassi trans. Tali grassi, sono presenti in natura, nella carne dei ruminanti, nel loro latte e nei relativi prodotti lattiero-caseari prevalentemente sotto forma di acido vaccinico che viene trasformato nei tessuti dell’animale in un composto benefico (acido linoleico coniugato). L’uomo, però, col suo intervento finalizzato al lucro, ha violato la natura, creando in laboratorio un secolo fa nuovi acidi grassi trans, simili solo nella configurazione chimica: l’antico dualismo tra il dottor Jekyll e Mr. Hyde. Si ottengono con un processo industriale che tramuta gli oli di origine vegetale, liquidi, in grassi semisolidi (tipo margarina), attraverso la parziale idrogenazione degli acidi grassi polinsaturi benefici, contenuti nei primi. Il prodotto finale risulta essere meno vulnerabile all’invecchiamento praticamente immortale! Il processo di idrogenazione parziale richiede elevate temperature responsabili della formazione di grassi trans e, tra questi, del temibile acido elaidico. I grassi trans mantengono inalterate le proprietà organolettiche dell’alimento allungandone la ,vita di scaffale, sono palatabili, possiedono una consistenza semisolida che li rende idonei ad essere utilizzati per la produzione di creme da spalmare, sono stabili anche durante le fritture intensive e, soprattutto, costano poco. Per questi numerosi vantaggi, l ‘industria alimentare ne ha fatto uso ed abuso, mistificando in etichetta il termine grassi trans, con un più rassicurante e bucolico grassi vegetali idrogenati. Purtroppo, però, il consumo dell’acido elaidico, trans prodotto industrialmente, è responsabile di gravi danni per la salute dell’uomo. I grassi vegetali idrogenati incrementano il colesterolo plasmatico e rappresentano un rischio scientificamente documentato per lo sviluppo delle malattie cardio-vascolari. Sono in grado di attraversare la placenta umana ed essere incorporati nei tessuti fetali, passare nel latte materno per essere trasferiti subdolamente al lattante. Quindi attenzione sulla costante esposizione dei grassi trans, contenuti in alimenti di larghissimo consumo quali prodotti da forno (dolci, cornetti, biscotti, cracker, wafers) margarine, formaggio fuso, patatine fritte confezionate, panini per sandwich e popcorn. Non esiste alcuna normativa per regolamentare la presenza di trans negli alimenti. È apprezzabile l’iniziativa di sporadiche industrie alimentari di ridurre o eliminare i grassi vegetali idrogenati. Sarebbe altrettanto auspicabile informare il consumatore, attraverso l’etichetta nutrizionale, su quali oli vegetali vengano utilizzati, dal momento che si tratta prevalentemente di oli tropicali con una percentuale di grassi saturi doppia rispetto al tanto vituperato burro. Ma questa è un altra storia.

/www.libero-news.it/articles/view/531981

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La dieta vegetariana protegge il cuore

dietaveg2Una dieta vegetariana può ridurre del 32% il rischio di malattie cardiache. È quanto emerge da uno studio condotto sul oltre 44.500 persone, controllate lungo l’arco di undici anni.
Lo studio è il più grande mai effettuato nel Regno Unito ad indagare gli effetti sul cuore della dieta vegetariana e non. Nella fascia d’età fra i 50 e i 70, il 6,8% fra coloro che mangiavano carne o pesce hanno subito un ricovero ospedaliero o sono morti per colpa di malattie cardiache, contro il 4,6% dei vegetariani.

Degli oltre 44 mila soggetti tenuti sotto controllo durante lo studio, i cui risultati verranno pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition, 1.235 sono stati quelli che si sono ammalati di cuore e 169 di loro sono morti.
“La maggior parte dei benefici della dieta vegetariana sulla salute è causata dagli effetti sul colesterolo e sulla pressione sanguigna” ha spiegato Francesca Crowe, autrice dello studio.
Ciò dimostra che la dieta vegetariana contribuisce in maniera determinante alla riduzione di fattori di rischio importanti per la salute del cuore e possiede un ruolo fondamentale nella prevenzione delle malattie cardiache”, ha precisato la Crowe, ricercatrice della Cancer Epidemiology Unit ad Oxford.Per saperne di più leggi “The China Study

Fonte informasalus

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