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Hai la “pancetta”? Tutta colpa della flora batterica.

Cristina Menni, una scienziata italiana, ha delineato il processo di formazione della “pancetta”: il grasso si accumula sull’addome a causa dell’interrelazione tra i batteri intestinali (microbiota), la dieta adottata e le molecole rilasciate dai batteri stessi in risposta al cibo ingerito. Una sorta di circuito che – è il caso di dirlo – si autoalimenta. Lo studio della ricercatrice italiana è stato pubblicato da Nature Genetics. Le evidenze emerse potrebbero portare, nel giro di dieci anni. allo sviluppo di diete personalizzate che, tenendo conto della composizione della flora batterica di ciascuno, favoriscano un’attività intestinale che contrasti l’accumulo di grasso sull’addome.  L’esperta ha identificato il mix di molecole prodotte dai batteri intestinali di 500 coppie di gemelli costruendo così una banca dati enorme di tutte queste sostanze. “Abbiamo visto che i composti chimici prodotti dai batteri intestinali regolano l’accumulo di grasso addominale”, spiega l’esperta. “Inoltre abbiamo scoperto che le attività dei nostri microbi intestinali sono solo minimamente controllate da fattori ereditari. Per oltre l’80% dipendono da fattori modificabili, per lo più dalla dieta”. Ciò significa che modulando la dieta (per esempio attraverso un maggior consumo di fibra o probiotici) di un individuo in funzione della composizione del suo microbiota, si potrà ridurne l’accumulo di grasso addominale. Anche la prescrizione di eventuali integratori sarà personalizzata in base al microbiota, perché solo alcun i batteri possono sfruttare un particolare integratore. Infine i dati raccolti nella bio-banca consentiranno a altr iricercatori di capire i meccanismi con cui i batteri intestinal iinfluenzano la nostra salute, ad esempio il rischio di diabete, malattie cardiovascolari e anche di obesità.

 

Marco Landucci

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Cachi, castagne e zucca: diamo il benvenuto all’autunno.

Autunno, una stagione dai colori e frutti speciali! In questa stagione la natura propone quegli alimenti che preparano l’organismo alla stagione invernale.

 

Cachi: il frutto autunnale dalle sette virtù

Tipico frutto autunnale, il kaki, o cachi, è una nota di colore nel paesaggio novembrino, quando l’albero, perdute tutte le sue foglie, rimane adorno dei frutti di un vivo colore arancione, testardamente abbarbicati alla pianta.

Frutti dolci e saporiti che posseggono insospettate proprietà nutritive.

Il frutto andrebbe mangiato o usato nelle varie ricette solo una volta che sia perfettamente maturato: se acerbo dà il classico gusto che “allappa”, dovuto alla grande quantità di tannino.E’ possibile acquistare i cachi ancora non perfettamente maturi però perché la maturazione è raggiunta velocemente: un piccolo trucco per accelerare questo processo è quello di sistemare il frutto vicino a delle mele.

Data la dolcezza del frutto maturo, in cucina il cachi è destinato ad essere un ottimo dessert, già in purezza.

Tra le numerose proprietà citiamo che i cachi sono:

diuretici e rimineralizzanti : i cachi contengono una grande quantità d’acqua (circa l’80%) e molti sali minerali, in particolare potassio. Contengono fibre e sono quindi un ottimo lassativo naturale. Il momento migliore per consumarli è la mattina a colazione.

epatoprotettivi, ovvero proteggono il fegato, ma sono anche ottimi per mantenere in buona salute stomaco e intestino, in particolare la flora batterica.

Dato l’elevato contenuto di zuccheri i cachi sono sconsigliati a chi soffre di diabete e di obesità.

 

 

Castagne: il frutto calorico che sa d’autunno.

Le castagne sono un frutto piuttosto calorico, infatti apportano 193 kcal per 100 g se si considerano quelle arrosto.

Se si prendono invece in considerazione quelle bollite le calorie scendono a 130.

Hanno un valore nutrizionale paragonabile al pane integrale, ma sono più ricche in fosforo (importante sostegno al sistema nervoso) e di potassio (fondamentale per mantenere il tono muscolare) rappresentano inoltre l’alimento che maggiormente contiene le vitamine B2 e PP (fondamentali per la salute dei tessuti), oltre che una buona percentuale di fibre e soprattutto, tanti carboidrati complessi (sotto forma di amido) che la rendono del tutto paragonabile al pane dal punto di vista energetico.

Le castagne non contengono glutine e hanno un valore nutritivo simile a quello dei cereali; possono, quindi, coprire interamente la parte glucidica del pasto e sono molto indicate in caso di celiachia.

Sono molto digeribili (purché siano ben cotte) e la loro ricchezza in fibre le rende un frutto particolarmente saziante ed utile per preservare o ripristinare la regolarità intestinale.

 

Zucca: l’ortaggio dolce d’autunno.

Iniziamo subito col dire che malgrado il sapore pieno e molto dolce la zucca è un alimento che può essere assunto anche nelle diete ipocaloriche e in quelle dei pazienti diabetici. Infatti, nonostante abbia un alto indice glicemico, ha un contenuto di carboidrati molto basso mentre è ricca di fibre ed acqua.

La zucca è fonte di minerali e vitamine.

Contiene betacarotene, precursore della vitamina A, vitamina E, vitamina B (B1, B2, B3, B5 e B6) e  C.

Sono proprio i carotenoidi, rappresentati da due tipi di pigmenti le xantofille e i caroteni, a darle un colore arancione-gallo.La zucca inoltre contiene sali minerali come tutti i vegetali: si va dal fosforo al potassio al calcio al selenio, al sodio, al ferro al magnesio.

La presenza appunto di quest’ultimo minerale, il magnesio, rende la zucca interessante anche per il rilassamento muscolare. E’ presente anche un amminoacido come il triptofano, importante per la sintesi della serotonina, ormone detto del buon umore.

Interessante la quantità di fibre presenti che la rendono efficace nel regolarizzare l’ intestino e migliorare la flora batterica intestinale, e non ultimo per modulare l’ assorbimento di zuccheri e dei grassi e per il senso di sazietà (ciò la rende molto interessante nelle diete).

 

 

Fonte:Cure-Naturali.it

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La bioimpedenza predice il rischio cardiovascolare .Massa grassa, ecco il colpevole!

 

Uno grosso studio olandese ha indagato in modo prospettico l’associazione tra percentuale di grasso corporeo con gli eventi cardiovascolari, rispetto all’indice di massa corporea (BMI) e alla circonferenza della vita.

 

I ricercatori hanno utilizzato i dati di composizione corporea con la BIA (analisi impedenziometrica) in 6486 soggetti (uomini = 3194, donne = 3294) che hanno seguito per 8,3 anni. Durante il followup, si sono verificati 510 eventi cardiovascolari (7,9%) (363 negli uomini, 147 nelle donne).

 

Negli uomini, il rapporto di rischio grezzo era 3.97 per il grasso corporeo % con la BIA contro 1.34 per il BMI e 1.49  per la circonferenza vita.

 

Dopo aggiustamenti per età, punteggio di rischio cardiovascolare di Framingham e escrezione di creatinina – un marker di massa muscolare – FM% e BMI sono rimasti indipendentemente associati ad eventi cardiovascolari sia negli uomini che nelle donne, mentre la circonferenza della vita era indipendentemente associata a eventi cardiovascolari negli uomini, ma non nelle donne.

 

Secondo la capacità di discriminazione (C-index) e il valore predittivo additivo sulle misure dell’obesità al punteggio di rischio cardiovascolare di Framingham, FM era superiore al BMI e alla circonferenza della vita in uomini e donne.

 

Il valore predittivo di BIA dipende dall’equazione utilizzata.

 

La BIA era comunque il metodo migliore tra le misure di obesità per migliorare la valutazione del rischio cardiovascolare del punteggio di rischio CVD di Framingham negli uomini e l’unico metodo nelle donne.

 

Ovviamente ci sono chiare differenze di sesso nella previsione CVD utilizzando diverse misure di obesità. Ciò potrebbe essere spiegato dalla diversa distribuzione di grasso in uomini e donne, che hanno ruoli diversi nel rischio cardiovascolare: l’adiposità viscerale è un migliore predittore del rischio di CVD negli uomini, mentre il grasso totale è più strettamente associato al rischio di CVD nelle donne.

 

 

Autori: Byambasukh O, Eisenga MF, Gansevoort RT, Bakker SJ, Corpeleijn E.

Fonte: Eur J Prev Cardiol.  2019 Feb 21:2047487319833283. doi: 10.1177/2047487319833283.

Link della fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30791699

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Umore e microbiota: disturbi psicobiologici, obesità e disbiosi

I soggetti obesi hanno un’alta prevalenza di comorbidità e disbiosi microbica intestinale.

La disbiosi è stata definita come uno squilibrio nel microbiota fecale. È comune nei soggetti con obesità patologica ed è stata introdotta come fattore causale per l’obesità e comorbidità come l’insulino-resistenza, l’intolleranza al glucosio e il diabete di tipo II, nonché i disturbi psichiatrici e funzionali.

L’asse gut-brain è un legame bidirezionale tra l’intestino e il cervello e gioca un ruolo significativo per vari disturbi psicobiologici, come ansia, depressione, affaticamento, reazioni allo stress, sindromi dolorose e disturbi gastrointestinali funzionali. Le quantità assolute o relative dei microbi intestinali di per sé e dei prodotti metabolici dei microbi sono possibili mediatori degli effetti dell’intestino. Gli acidi grassi a catena corta fecale (SCFA), che sono prodotti dalla fermentazione batterica, sono stati proposti come mediatori degli effetti sulla salute.

Uno studio recente ha esplorato, in soggetti con obesità patologica, le associazioni tra la composizione del microbiota fecale e i loro prodotti metabolici e una selezione di disturbi psicobiologici. Gli obiettivi secondari erano di confrontare il microbiota dei soggetti con quello delle popolazioni di riferimento sani.

L’alta prevalenza di disturbi psicobiologici e di disbiosi fecale in soggetti con obesità patologica rende questo gruppo di particolare interesse per lo studio delle interazioni gut-brain.

La funzione del microbiota è stata valutata misurando la quantità assoluta e relativa di acidi grassi a catena corta fecale. Sono stati inclusi centodue soggetti con BMI>40.

I risultati hanno confermato l’alta prevalenza di comorbidità e disbiosi (62/102; 61%) e hanno mostrato un’alta prevalenza di associazioni significative (41/427; 10%) tra la composizione e la funzione del microbiota e i disturbi psicobiologici quali il benessere, il disagio mentale, la stanchezza, l’intolleranza alimentare, il dolore muscolo-scheletrico, la sindrome dell’intestino irritabile e il grado di disturbi addominali.

I ricercatori concludono che le associazioni abbondanti, ma in parte divergenti, hanno supportato la stretta interazione gut-brain ma non ne hanno rivelato i percorsi di comunicazione in modo così chiaro e forte. Al contrario, quindi, lo studio illustra la complessità delle interazioni gut-brain, che hanno un carattere multifattoriale e costituiscono un campo di ricerca affascinante.

 

 

 

Autori: Farup PG, Valeur J.

Fonte: Behav Sci (Basel). 2018 Sep 27;8(10). pii: E89. doi: 10.3390/bs8100089.

Link della fonte: https://www.mdpi.com/2076-328X/8/10/89

 

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Ragazzi sovrappeso: rischio più elevato di cardiomiopatia da adulti.

Uno studio svedese indica che gli uomini che da adolescenti sono stati sovrappeso potrebbero avere maggiori probabilità di sviluppare cardiomiopatia rispetto a coloro che hanno mantenuto un peso sano durante quel periodo della vita.

I ricercatori – guidati da Annika Rosengren della Sahlgrenska Academy e dell’Università di Goteborg – hanno esaminato i dati relativi ad altezza, peso e livelli di forma fisica di oltre 1,6 milioni di uomini in leva obbligatoria in Svezia tra il 1969 e il 2005, quando avevano 18 o 19 anni. All’inizio, circa il 10% dei soggetti era sovrappeso e il 2% obeso.

Dopo un follow-up mediano di 17 anni, 4.477 uomini hanno sviluppato cardiomiopatia.

Rispetto a quelli il cui peso era esattamente a metà di un range sano durante l’adolescenza, quelli con un peso sano leggermente superiore durante quel periodo avevano il 38% in più delle probabilità di sviluppare cardiomiopatia.

I partecipanti sovrappeso da adolescenti avevano il doppio delle probabilità di sviluppare questo danno al muscolo cardiaco e per quelli obesi il rischio era di cinque volte superiore.

Gli uomini che hanno sviluppato cardiomiopatia avevano in media 46 anni al momento della diagnosi.

“Abbiamo ipotizzato che l’aumento nei tassi di insufficienza cardiaca nei giovani potesse essere dovuto a tassi in aumento di sovrappeso e obesità”, dichiara l’autrice principale dello studio, Annika Rosengren “Siamo riusciti a dimostrare che esisteva un legame molto forte tra obesità in gioventù e insufficienza cardiaca precoce”.

La cardiomiopatia è ancora rara e solo lo 0,27% degli uomini ha ricevuto diagnosi di una delle diverse forma della patologia durante lo studio.

Le persone con un indice di massa corporea inferiore a 20, magre ma con un peso all’interno di un range sano, presentavano un basso rischio di cardiomiopatia.

Tuttavia, questo rischio aumentava costantemente con l’aumento del peso, anche tra gli uomini all’estremità superiore di quello che viene considerato un peso sano, con un BMI compreso tra i 22,5 e i 25.

Gli uomini estremamente obesi con un IMC pari o superiore a 35 in gioventù presentavano otto volte più probabilità di sviluppare cardiomiopatia dilatativa da adulti rispetto a quelli che durante l’adolescenza erano stati magri.

Non è stato possibile stimare il rischio aumentato di cardiomiopatia ipertrofica in uomini con un BMI di minimo 35 perché i casi erano troppo pochi per fornire un’analisi significativa.

 

Fonte: Circulation 2019

Lisa Rapaport

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